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]]>I costi dei servizi sono dettati dai regolamenti ufficiali della Regione Sicilia
Tariffe
mezza giornata:
– da 1 a 50 persone (max 2 ore consecutive) € 130,00
– da 1 a 50 persone (max 4 ore consecutive) € 150,00
intera giornata:
– da 1 a 50 persone ( max 7 ore consecutive) € 220,00
– da 1 a 50 persone (max 8 ore consecutive) € 245,00
Supplementi:
per ogni persona in più (intera giornata) € 1,90
per ogni persona in più (mezza giornata) € 1,30
per ogni ora di servizio straordinario € 31,00
per servizi notturni (dalle ore 20.00 alle ore 7.00) maggiorazione € 33,00
per servizio svolto in più lingue:
maggiorazione del 20% sulla tariffa base per la 2^ lingua;
maggiorazione del 40% sulla tariffa base per la 3^ lingua;
maggiorazione del 50% sulla tariffa base per la 4^ lingua;
maggiorazione del 100% sulla tariffa base per la 5^ lingua;
supplemento festivo: maggiorazione del 30% sulla tariffa base per i servizi svolti nei giorni di festività, escluse le domeniche quali 1 e 6 Gennaio, Pasqua e Lunedì dell’Angelo, 25 Aprile; 1° Maggio, 2 Giugno, 15 Agosto, 1 Novembre, 8, 25 e 26 Dicembre.
ART. 2
Per i servizi di intera giornata, compreso i pasti e i pernottamenti, la guida turistica viaggia a carico del gruppo; qualora la guida sia prenotata per l’intera giornata (7 ore consecutive) e il gruppo interrompa la visita per la pausa pranzo, ogni ora eccedente le 7 ore va considerata come straordinario. Ove la guida per l’espletamento dell’itinerario fosse costretta a viaggiare con mezzo proprio, le spese carburante sono a carico del gruppo (supplemento carburante: 20 € mezza giornata, 30 € intera giornata). Le tariffe sono considerate di riferimento, oltre gli oneri di legge se dovuti.
Tel. (+39) 331 204 00 99
email: info@guideragusa.it
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]]>L'articolo Vulcano Isole Eolie UNESCO proviene da Dreaming Sicily.
]]>Cosa vedere
Aliscafi e navi attraccano al pontile di levante, vicino al quale si trovano le ”Fumarole”, spiaggie riscaldate da vapori sulfurei. Verso Ovest troveremo la spiaggia “Sabbie Nere” , una baia caratterizzata dalla presenza di fine sabbia vulcanica. Tra la zona del Piano e Gelso, un sentiero conduce alla sommità del cratere con vista spettacolare; avvolte dai vapori si possono ammirare tutte le isole Eolie. Nelle giornate più terse si può vedere anche il vulcano Etna. Da non perdere inoltre la visita al “Piano”, Capo Grillo, la spiaggia del gelso e la spiaggia dell’Asino, che si trova nella parte Sud dell’isola. Particolarmente sensazionali sono la Grotta del Cavallo e la Piscina di Venere raggiungibili esclusivamente via mare.
Attività
Vulcano è rinomata anche per i “Fanghi” nel laghetto d’acqua riscaldata da vapori di zolfo, anidriti e sali. Le proprietà antinfiammatorie di queste sostanze, produrranno un beneficio alla pelle e all’apparato respiratorio. E’ consigliabile immergersi nelle ore meno calde.
Consigliata la balneazione, le escursioni sul vulcano e i tour organizzati in barca, che permettono di ammirare le grotte, i faraglioni e i variegati litorali.
Il piatto tradizionale da assaggiare è il “pane cunsatu”, bruschette condite con pomodoro a pezzi, capperi, olive e olio d’oliva, ma non mancherà sulla tavola anche il pesce fresco delle Isole.
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]]>L'articolo Modica Val di Noto Sito UNESCO proviene da Dreaming Sicily.
]]>Il Corso Umberto I°
Lo struscio, i bei negozi, i bar dove gustare i cannoli, i ristoranti, gli uffici e le scuole, tutta la vita sociale insomma, si svolge nel corso. Nella confluenza dei due bracci della prima Y, è rimasta sul muro di una casa la sagoma dell’onda mostruosa che spazzò il paese il 26 settembre del 1902: non ci si dovrebbe mai dimenticare che il corso Umberto è in realtà il letto di un Fiume! Ma come si fa a non guardare rapiti, passeggiando, le due Cattedrali che sono sempre state rivali e inducono ancora i passanti a chiedersi tra loro: “Ma secondo te qual è la più bella?”. Seguono discussioni.
Il sistema della doppia Cattedrale.
La Cattedrale più bassa, dedicata a San Pietro, ha una scalinata scenografica recintata da pilastrini, su cui tante statue di Santi fanno la guardia. Di fronte, annidata in un vicolo, si trova la celebre cioccolateria di Bonajuto, che da più di un secolo è il luminoso punto di riferimento dei golosi Modicani (e non solo). Poco più avanti, appollaiata su una scalinata allietata da fiori, si slancia verso il cielo l’aristocratica silhouette della cattedrale di San Giorgio. Due Cattedrali concorrenti si trovano sia a Modica che a Ragusa: delle due, quella dalle forme più “calde” è la Cattedrale dei Plebei, l’altra, più raffinata, è da sempre la Chiesa dell’Aristocrazia. Quale delle due è la più importante? Le discussioni su questo punto sono state accesissime per secoli.
Non solo cioccolato.
Il corso Umberto non ha solo Bonajuto: sono decine i negozi che a Modica vendono dolci deliziosi, e vale la pena visitarli senza pensare troppo alla glicemia. Si raccomandano anche i bar con i tavolini sul marciapiede, perché lì si possono gustare due tipi diversi di delizie: i rustici da forno e i prodotti di gelateria. Per i primi, vorrei ricordare che i rustici sono il tradizionale cibo di strada locale: nasce dunque come cibo povero, economico, ma saporito e nutriente. In effetti, tuttora ci si può sfamare con meno di dieci euro mangiando piccoli capolavori del gusto come le arcinote arancine (mi raccomando, solo quelle al ragù sono tradizionali) o le meno note scacce (lasagne asciutte: al pomodoro e caciocavallo, al prezzemolo, alle melanzane, alla ricotta e cipolla, etc etc etc) i tomasini (piccoli pasticci ripieni di carne trita) e altre delizie celestiali. Per i prodotti da gelateria, invito caldamente chi legge a non fermarsi alle pur pregevolissime granite (ah, le granite di gelso!!!) ma sperimentare le cosiddette gremolate di frutta. Che cosa siano, non vale la pena scriverlo, vale il piacere di provarle.
Cosa vedere
La bellezza di questa Città non può essere apprezzata solo entrandoci dentro e guardandola dal suo punto più intimo, il Corso. Ci sono dei luoghi che permettono di coglierne la visione d’insieme con calma e soddisfazione. Si deve premettere che la vista migliore si godrebbe dall’altissimo ponte che scavalca uno dei suoi valloni, ma siccome lì è pericolosissimo distrarsi, va del tutto escluso questo punto di osservazione. Si possono passare momenti di delizia nel Pizzo Belvedere di Modica Alta, specie di sera, perché si gode una vista superba del centro cittadino e ci sono due panchine, di solito non affollate, che permettono di stare seduti per mezz’ora in contemplazione. Da un’altra prospettiva, nel fianco della collina dirimpettaia, c’è un posto dove si può mangiare e ascoltare musica in una sorta di teatro greco scavato nella roccia: la Hostaria della musica, da cui si può contemplare ipnotizzati la cattedrale di San Giorgio, che brilla tra le case come un orecchino d’oro nella vetrina di un gioielliere.
Dove posteggiare
In una Città simile, è assurdo pretendere di trovare posteggio nel corso. Esiste però un luogo dove si può trovare parcheggio abbastanza a colpo sicuro: si tratta del viale Medaglie d’Oro, che poi è uno dei bracci della doppia Y (quello di sudovest). Da lì, il corso è raggiungibile percorrendo duecento metri di strada pianeggiante.
Cosa fare a Modica.
Vedere la domenica di Pasqua la cosiddetta Madonna-vasa-vasa. Emozionante.
Cenare in un teatro Greco con la veduta della cattedrale di San Giorgio.
Comprare il cioccolato di Modica, a pacchi, per regalarlo agli amici.
Assaggiare i rustici, i gelati, le granite e la cremolata.
Vedere a Modica Alta il panorama dal Pizzo Belvedere.
Testi M.V.
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]]>La tentazione di attribuire al nome di Scicli un’origine preistorica è forte, visto che in dialetto la città si chiama Scìculi e l’assonanza con gli antichi Siculi è molto convincente. È un fatto però che nessuno storico antico ne parla, mentre la prima testimonianza, come per Ragusa, è del geografo Arabo Idrisi. Sarebbe un nome Arabo dunque? Può essere. Uno studioso infatti ha recentemente notato che a Tunisi esiste una fortezza chiamata Shikly (si legge Scicli). Quale meraviglia che gli Arabi abbiano voluto battezzare il castello di Scicli col nome di una fortezza a loro nota? Scicli nel Medioevo Scicli forse, dunque, fu città in parte anche musulmana, oltre che cristiana ed ebrea, ma una cosa è certa: dopo la conquista dei Normanni, divenne e rimase per secoli un avamposto della Contea di Modica nella lotta contro i Saraceni. Il suo castello ospitò per mezzo millennio un congruo contingente di soldati. A Scicli facevano capo le torri di guardia disseminate lungo il litorale, pronte ad avvisare in caso di scorreria piratesca o di un’invasione. La patrona della città divenne, ed è ancora, la cosiddetta Madonna delle Milizie, rappresentata a cavallo con la spada sguainata, ovviamente contro gl’infedeli. Bisogna dire che la statua di una Madonna così bellicosa, come si può ammirare nella Chiesa Madre di Piazza Italia, è uno spettacolo davvero curioso. La città, all’epoca, era arroccata sullo sperone di roccia su cui ora sorge la grande Chiesa (oggi dismessa) di san Matteo. Dominava il paese uno strano castello a pianta triangolare e ai suoi piedi un abitato rupestre che assomigliava non poco ai Sassi di Matera: in piccolo, però. Il quartiere rupestre, oggi abbandonato, si chiama Chiafura e può essere in parte visitato.
Scicli e gli Spagnoli
Quando la corona Aragonese si unì a quella di Castiglia, la coppia Reale, Ferdinando e Isabella, decretò l’espulsione degli Ebrei da tutti i loro domini (1492). Gli Ebrei di Scicli, a migliaia, dovettero svendere tutto quello che avevano e abbandonare l’Isola. Molti allora si convertirono al cristianesimo, ma servì a poco: qualche anno dopo, infatti, il decreto di espulsione colpì anche i convertiti. Uno di essi, però, Pietro di Lorenzo, detto Busacca, reagì a questa tragedia con un’idea geniale. Dotato di cospicue sostanze, si spogliò dei suoi beni e li destinò a una fondazione benefica, che aveva lo scopo di riscattare gli Sciclitani rapiti dai pirati e dotare le ragazze cittadine bisognose e virtuose. La fondazione ebbe una struttura così solida che non poterono depredarla né gli Spagnoli né i regnanti che si succedettero nei secoli, compresi i Savoia. Gli effetti furono mirabili. Scomparve la prostituzione a Scicli, perché le ragazze divennero in massa virtuose e dotate, dunque da sposare. La fondazione costruì un ospedale (l’ospedale Busacca, appunto), uno dei più belli della Sicilia del primo Novecento. Finanziò lavori di fognatura e pavimentazione. In piazza del Carmine, edificò un palazzo, per ospitare la propria sede. E infine, la conseguenza più strabiliante: ogni domenica di Pasqua, la statua di Cristo risorto, portata a spasso per il paese dai giovani locali, saluta con un inchino la statua di Busacca, in segno di amicizia. Divertente ironia della Storia Sciclitana: nella cattolicissima Scicli, il Cristo si inchina davanti a un Ebreo.
Il terremoto del 1693
Come a Ragusa, a Noto e in tutte le città della Sicilia orientale, il grande terremoto del 1693 fu una tragedia immane ma anche un potente stimolo a rinnovare l’aspetto degli edifici più importanti. Il risultato della riscostruzione fu la fioritura di un’edilizia caratterizzata da un tardo barocco fantasioso e originale. È da notare che la ricostruzione si protrasse per due secoli, fino alla fine dell’Ottocento, sempre con questo stile, che era evidentemente entrato nel DNA delle maestranze locali. Questo contribuì a dare un aspetto uniforme ed elegante alla città.
Le acropoli barocche
Scicli è costruita nel punto in cui tre “cave” (vallate rocciose) si incontrano, formando tre speroni di roccia. Sopra ciascuno di essi sorge una chiesa in posizione scenografica. È per questo che lo scrittore Elio Vittorini, sciclitano d’adozione, ha parlato di “acropoli barocche”.
L’acropoli e la sua sorgente
Quella centrale, dove sorge la Chiesa sconsacrata di san Matteo e si trovano le rovine del castello, è quella che maggiormente risponde al concetto greco di “acropoli”. La collina, infatti, era fortificata e aveva in più una risorsa strategica: una scala intagliata nel cuore della roccia che scende fino alla strada sottostante. Nel fondo, si trova una sorgente di acqua potabile che ancor oggi è visitabile. Per vedere la sorgente e la scala, si entra da via Dolomiti in una caverna che oggi è adibita a presepe permanente. Accanto all’ingresso, in un altro locale ricavato da una grande spelonca, si trova un ristorante molto frequentato per la bontà della sua cucina e l’originalità dell’ambiente. Il suo nome, ovviamente, è “La grotta”.
San Bartolomeo e il suo presepe
Un secondo presepe permanente, di dimensioni inconsuete, si trova nella chiesa di San Bartolomeo, situata nel fondovalle della cava adiacente (via San Bartolomeo). La facciata della chiesa, inserita nell’arco formato dai gradoni rocciosi della valle, è uno spettacolo che da solo può valere un viaggio a Scicli.
I luoghi dello struscio
A Scicli, come in ogni città del Mediterraneo, la passeggiata del dopocena è un obbligo sociale. I luoghi dello struscio sono due a Scicli: la piazza Italia e la via Mormino Penna. La prima è una delle piazze più belle della Sicilia: comoda, scenografica, servita da bar e pasticcerie e soprattutto sovrastata dalla visione onirica della Chiesa di san Matteo che si libra a mezz’aria. Nelle sere d’estate è delizioso lo “sgriccio” che si beve al chiosco in fondo alla Piazza: si tratta di una spremuta di limone e soda con l’aggiunta di sale. Lì a fianco si affaccia la Chiesa Madre, che ospita la famosa statua della Madonna a cavallo. Due isolati più a sinistra, guardando San Matteo, si trova la via Mormino Penna, affollata di Chiese, bar, ristoranti e negozi. Il motivo d’attrazione per molti forestieri, comunque, è l’edificio del Comune, che è stato per venti anni il luogo in cui era ambientato il commissariato di Vigata. Insomma, questa è una delle mete irrinunciabili per i nostalgici di Montalbano.
Motivi per andare a Scicli
Vedere una Madonna con la spada in mano su un cavallo. Vedere due presepi permanenti di grandi dimensioni. Visitare le acropoli barocche. Visitare il quartiere rupestre di Chiafura. Vedere Chiese “oniriche”: san Bartolomeo e san Matteo. Vedere, la domenica di Pasqua, il Salvatore che saluta Busacca. Comprare in pasticceria i “mustazzola” doc: mosto, miele, nocciole tritate. Comprare dal panettiere il “pane cucciddatu”: pane e pezzetti di salsiccia. Bere lo “sgricciu” quando fa un gran caldo.
Testi prof M. V.
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]]>L'articolo Area archeologica Teatro antico e Antiquarium di Tindari proviene da Dreaming Sicily.
]]>Secondo lo storico Diodoro Siculo, essa fu fondata nel 396 A.c. da Dionigi il Vecchio, che era il tiranno di Siracusa. Durante la prima guerra punica, apparteneva ai Cartaginesi, che erano alleati a Ierone II, ma dopo la loro sconfitta navale del 257 a.C., ad opera dei Romani, fu annessa all’Impero. Era la base di Sesto Pompeo nella guerra civile, ma venne conquistata da Ottaviano nel 36 a.C. Le sue vestigia documentano che Tyndaris, era diventata una fiorente Città della Sicilia durante l’età imperiale. La sua storia racconta anche le distruzioni patite, sia per una frana nel I secolo d.C. che per i violenti eventi sismici del IV secolo d.C. Fu anche una sede Vescovile in età Cristiana, che è stata distrutta dagli Arabi nell’836.
Questo singolare complesso è la sintesi tra la tecnica costruttiva Ellenistica, con i parallelepipedi in pietra arenaria, e l’architettura Romana, che utilizzavano il calcestruzzo nelle volte.
E’ visibile la fortificazione a doppia cortina di blocchi arenari a disposizione isodoma, con torri quadrangolari e una grande porta a tenaglia. Tyndaris venne edificata, nel III secolo a.C. sopra un primo apparato difensivo, che risale alla sua fondazione.
Il settore della città rivolto verso il mare, assieme all’intera cinta, fu fortificato solo fra l’età tardo imperiale romana e bizantina.
Il tracciato meridionale delle fortificazioni può essere percorso per un lungo tratto verso la stradella, dalla porta a tenaglia alla torre fortilizia Bizantina.
In base al percorso delle mura esistenti, si stima che l’estensione della città in età Romana misurava 27 ettari.
L’Impianto urbano, il cui primo assetto risale alla fondazione, si è conservato senza soluzione di continuità per l’intera età Romana. Esso fu adattato alla morfologia del sito ed alle curve di livello, con isolati (insulae) larghi 30 m. e della lunghezza di m. 78, con una serie di strade trasversali (cardines) in discesa, ciascuna larga tre metri.
La fascia della zona Archeologica comprende l’insula IV, delimitata a Sud e a Nord dai decumani meridionale e centrale, e anche la cosiddetta Basilica ed il Teatro.
L’insula IV, disposta lungo un pendio, è caratterizzata da edifici su terrazze; in quella inferiore si aprono sul decumano mediano, sei tabernae (botteghe) e due case con ambienti disposti attorno a un grande peristilio a colonne dai capitelli Dorici in pietra.
Il Tablinum (sala di rappresentanza ) della Casa C presentava un prospetto a due colonne con capitelli fittili in stile Corinzio-Italico.
Entrambe le case, che furono costruite sopra le abitazioni di età Timoleontea, vennero ristrutturate in età Imperiale. Difatti, i pavimenti decorati, con tasselli di marmo in Opus Signinum (tesserine bianche su cocciopesto) e con mosaici policromi, vennero sostituiti con altri mosaici figurati in bianco e nero.
Nella parte superiore dell’Insula si trova un edifico termale, con pavimento a mosaico figurato con, il simbolo della Trinacria, un toro, i due pilei (elmetti), dei Dioscuri (protettori di Tindari), due pugili (Verna e Afer), e il Dio Dioniso.
Il Decumano superiore conduceva all’Agorà (il foro di età Romana), attraverso la Basilica, che era l’imponente propileo con una galleria centrale voltata da nove archi, nei pressi di due strade sormontate da archi “a cavalcavia”. Nel settore ovest del Sito, troviamo il Teatro, della fine del IV secolo a.C, che, però è stato decorato in età imperiale Romana, così destinato agli spettacoli circensi.
La cavea è rivolta verso il mare e un tratto della scena, a “parasceni” è stato ricostruito in situ.
L’Antiquarium, è stato oggetto, di consolidamento statico e di adeguamento degli impianti di sicurezza per ospitare i visitatori.
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]]>L'articolo Comiso proviene da Dreaming Sicily.
]]>Le sorgenti d’acqua, i 4 torrenti che scorrono sulle cave omonime e anche il fiume Ippari, hanno fatto la fortuna del territorio sin dalle sue origini. Comiso è anche famosa per la sua Pietra color del miele che indora le sue vie, i suoi Monumenti, le Piazze e le sue Chiese Barocche. Inoltre con questa pietra, estratta dalle sue cave, venne ricostruito Il barocco Ibleo dopo il terremoto del 1693.
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]]>L'articolo Museo Civico di Storia Naturale di Comiso proviene da Dreaming Sicily.
]]>Nato nel 1991, il Museo è una Istituzione Scientifica riconosciuta dal Segretariato CITES del Ministero dell’Ambiente. Si estende su una superficie espositiva di oltre 1000 mq. con la Sezione Paleontologica e Zoologica. Altri 800 mq sono adibiti a Laboratorio Scientifico, per il restauro paleontologico e per la preparazione tassidermica ed osteologica.
Il Patrimonio Museale è rappresentato da 14 collezioni e da oltre 27.000 reperti, costituiti da 12.000 fossili di varie ere geologiche e da circa 15.000 preparati zoologici, costituiti da animali terrestri e marini naturalizzati. Si conservano anche diversi preparati osteologici e tra questi la più importante collezione Cetologica del Sud Italia.
A questi reperti si aggiungono anche i 5000 volumi d’interesse geo-paleontologico e zoologico, appartenenti alle Collezioni Librarie di “Italo Di Geronimo” e di “Ferdinando Ciani”.
Molto dinamica è l’attività di ricerca, attraverso periodiche missioni scientifiche e numerose pubblicazioni su riviste scientifiche internazionali, scoprendo nuove specie.
LA SEZIONE PALEONTOLOGICA
Il Patrimonio Paleontologico è costituito dalla ricca collezione di fossili di varie ere geologiche provenienti da vari continenti, che testimoniano le tappe fondamentali dell’evoluzione.
Dai primi organismi, ai pesci corazzati del Paleozoico, dalle ammoniti ai grandi rettili che colonizzarono il mondo durante il Mesozoico fino ai mammiferi del Quaternario, uomo compreso.
Diversi sono i resti di invertebrati e vertebrati del Mesozoico, porzioni scheletriche di ittiosauri, di mosasauri e resti di rettili volanti. Presente anche lo scheletro dello pterosauro Anhanguera Ssantanae dell’apertura alare di 4 metri, proveniente dal Brasile. Spiccano due crani di coccodrilli marini della specie Dyrosaurus phosphaticus e Maroccosuchus zennaroi, provenienti dai depositi fosfatici del Marocco. Visibile lo scheletro dello Psitacosauro, un piccolo dinosauro erbivoro dalla postura bipeda, del Cretaceo inferiore della Mongolia. Era dotato di un becco, da cui prende il nome di “lucertola pappagallo”.
Di grande importanza sono gli unici resti di vertebrati marini mesozoici della Sicilia, rappresentati da due vertebre di ittiosauri triassici del gruppo degli shastasauridi, e un dente di un coccodrillo marino metriorhynchide, coevo dei dinosauri. Sono di notevole importanza alcune specie uniche al mondo, tra queste il Sosiocaris schrami, rinvenuto a Palazzo Adriano, che rappresenta il più antico crostaceo peracaride al mondo, che ha dato origine ai Granchi moderni.
Nella Sala del Terziario, si possono ammirare diversi mammiferi arcaici, tra questi c’è la ricostruzione di un archeocete proveniente dal Marocco, il Dorudonte e altri rari resti di cetacei estinti come lo Squalodon e il Neosqualodon, del Miocene inferiore di Ragusa.
Nella Sala del Quaternario si possono ammirare i resti fossili dell’estinto Armadillo gigante (Glyptodon) e del Bradipo gigante (Megatherium).
In una vetrina sono esposti la mandibola del Mammuth meridionalis , ed un ciuffo di peli rinvenuti nel permafrost siberiano della Jakuzia.
Una Sala è dedicata ai fossili di vertebrati del Quaternario siciliano provenienti dal comprensorio di Comiso, costituiti prevalentemente da resti di elefanti di taglia ridotta (Palaeloxodon falconeri e Palaeloxodon mnaidriensis) e da altre faune come i resti di ippopotami, cervi, bisonti, lupi, orsi, leoni e numerosi uccelli, rettili e anfibi. Sensazionale è il piastrone della Tartaruga gigante terrestre (Geochelone sp.), con le uova del diametro di 65 mm perfettamente conservate.
I vertebrati del Quaternario sono oggetto di approfondite ricerche, condotte sia con la Soprintendenza di Ragusa che con vari istituti di ricerca. Lo studio di tali resti ha dimostrato che i fossili di elefanti provenienti dal territorio di Comiso, risultano essere i più antichi della Sicilia, databili a circa 600.000 anni fa.
LA SEZIONE ZOOLOGICA
La raccolta è costituita da interessanti preparati zoologici siciliani, europei ed esotici.
Oltre 6000 conchiglie terrestri e marine provengono dalla Collezione “Mario Calanna” e di “ Nunzia Oliva”. Tra i molluschi si distingue una Tridacna gigante, il più grande mollusco bivalve al mondo.
In una Sala dedicata agli Abissi e alle specie delle profondità marine, si possono ammirare due Calamari Giganti della specie Diamante (Tisanoteuthys rombus), un Totano Volante (Hommastrephes bartramii) e un Calamaro Ombrello (Histioteuthis bonnellii).
Nelle altre sale si possono ammirare vari insetti e una raccolta di crostacei decapodi di cui, il Granchio gigante del Giappone (Macrocheira kaempferi) di 275 cm di apertura delle zampe.
La collezione ittiologica è rappresentata da varie specie mediterranee e tropicali, diverse specie di squali e il gigantesco Pesce Luna (Mola mola), di 900 Kg. di peso, spiaggiatosi a Ravenna nel 1999. Tra le specie rare, un Celacanto (Latimeria chalumnae), rappresentato da uno dei pochi esemplari conservati a secco che proveniente dal Madagascar. Rappresenta la più antica linea evolutiva di pesci che si pensavano estinti nel Cretaceo, teoria smentita dal ritrovamento del 1938 in Sudafrica.
Significativi anche gli esemplari appartenenti all’erpetofauna e all’avifauna europea ed esotica. Tra i rettili sono da citare la Tartaruga gigante di Aldabra (Aldabrachelys gigantea), donata dal Museo di Storia Naturale di Milano e le due Tartarughe marine della specie Liuto (Dermochelys coriacea), rinvenute in Sicilia.
I circa 1600 uccelli naturalizzati, in parte esposti, sono rappresentati da varie specie europee ed esotiche provenienti da diverse collezioni, da annoverare per importanza la collezione di “Giuseppe Licitra” e di “Nicola Lauricella. Una sezione è dedicata agli uccelli non volatori tra questi lo Struzzo del Nord Africa, il Kiwi e il Pappagallo Kakapò della Nuova Zelanda. Spicca la ricostruzione museale di un Dodo (Raphus cucullatus) proveniente dalle Isole Mauritius, estintosi intorno al 1600. Si possono ammirare anche i resti sub-fossili di un uovo e i resti ossei del gigantesco Uccello Elefante (Vorombe titan), vissuto in Madagascar intorno al 1200 che poteva raggiungere i 3 metri di altezza.
Dall’anno della sua istituzione, il museo si è contraddistinto nell’attività di censimento e recupero dei cetacei spiaggiati, grazie all’attiva partecipazione ai programmi del Servizio Certificazione Cites del Corpo Forestale dello Stato, con la Capitaneria di Porto e il Servizio veterinario locale, riuscendo a musealizzare nuovi reperti. La collezione cetologica è costituita da 12 specie comprendenti 47 esemplari, di norma scheletri completi, alcuni montati ed esposti, provenienti dalle coste Siciliane e Calabresi.
Di particolare rilievo lo scheletro del secondo esemplare mediterraneo di Capodoglio nano (Kogia sima) spiaggiatosi a Cattolica Eraclea nel 2002. Di provenienza siciliana sono i due rari scheletri di Steno (Steno bredanensis). Notevole è lo scheletro appartenente ad una femmina di Balenottera comune (Balaenoptera physalus) lunga circa 19 metri, spiaggiatasi a Secca Grande di Ribera (AG) nel 1993, e lo scheletro Balenottera minore (Balaenoptera acutorostrata), rinvenuta a Milazzo nel 2016. Completano la collezione diversi reperti di mammiferi terrestri e marini, tra questi un Orso bianco adulto (Ursus maritimus).
Altri reperti provengono da varie donazioni compiute da privati cittadini oppure da enti come il “Bioparco di Carini”, dallo “Zoo Safari di Fasano” e dal “Giardino Zoologico di Pistoia”, ecc., oppure da sequestri compiuti dal Servizio Cites dei Carabinieri.
ORARIO VISITE
Dal Martedì al Sabato – ore 9.30-13.00; il Martedì e Giovedì: ore 15.30-18.00
Prenotazioni per scolaresche e gruppi organizzati al 0932/748335
museostorianaturale@comune.comiso.rg.it
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]]>L'articolo Castello di Donnafugata proviene da Dreaming Sicily.
]]>Il nome.
I forestieri spesso confondono Donnafugata con Donnalucata (link interno) per la somiglianza del nome. Anche in questo caso si tratta di un toponimo di origine araba (Rain as safat, fonte della salute) legato all’esistenza di una sorgente. La disponibilità di acqua sorgiva e la posizione panoramica spiegano l’importanza dell’edificio, che difendeva Ragusa dalla parte del mare.
Il riferimento letterario
Il nome di Donnafugata è presente nel Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, ma nel romanzo non si parla di un luogo reale. La Donnafugata del Gattopardo, infatti, è una cittadina di fantasia. Oltre al nome, però, lo scrittore si è parzialmente ispirato anche a un reale proprietario del castello, il barone Corrado Arezzo di Donnafugata, noto in Sicilia per la sua forte personalità. Il principe di Salina, il Gattopardo, ha qualcosa in comune con il barone Arezzo.
L’ingresso monumentale.
La struttura dell’ingresso è quella tipica delle masserie ragusane, resa monumentale da alcuni elementi architettonici inconsueti. Entrando nel cortile, ai lati ci sono pilastri che reggono grandi pigne di pietra. Due torrette cilindriche fanno sentinella ai lati del castello. Una lunga balaustra di pietra collega le due torri e fanno intuire la presenza di un’ enorme terrazza. Dietro, l’edificio vero e proprio, costituito da una grande massa squadrata di pietra rosa, ingentilita dagli archi della loggia, che disegnano un merletto di marmo bianco. Oltre il muro di cinta, si intravedono grandi alberi.
Il parco col labirinto.
Nel parco, che ha molte curiosità e nel complesso è piacevole da percorrere d’estate (c’è ombra!), conviene visitare il labirinto. È di pietra, e ricalca lo stesso schema di quello vegetale di Hampton Court (Londra). Conviene portarsi dietro una provvista di acqua, perché il labirinto non è un gioco da bambini, le pareti sono alte e se appena c’è un po’ di sole può fare molto caldo là dentro.
I ristoranti.
Il cortile d’accesso del castello ospitava un tempo le abitazioni dei contadini e le stalle. Oggi molti ristoranti e negozi vi si affollano per accogliere i visitatori, attratti dal posto e dagli spettacoli estivi. Si mangia bene in tutti, ma ce n’è uno, il più vecchio (la trattoria Al Castello), che offre indimenticabili ravioli di ricotta al sugo di maiale, da assaporare in un cortile di pietra all’ombra di un ulivo.
I cani.
Col tempo, si è formata una comunità di cani semirandagi che si aggira nel cortile, in attesa che i turisti seduti a cena gli allunghino un boccone. Sono carini e discreti, ma attenzione a non portare un vostro cane: non sarebbe accolto con entusiasmo.
Ragioni per passarci qualche ora:
– l’emozione (vera) del labirinto.
– mangiare ravioli di ricotta con salsa di maiale in un cortile di pietra a secco sotto un ulivo secolare.
– vedere d’estate uno spettacolo all’aperto (opera e concerti, organizzati dal Comune di Ragusa).
Come arrivarci
– in auto. Conviene parcheggiare in un comodo e grande parcheggio a pagamento, situato appena prima del cortile d’ingresso.
– incredibilmente, in treno: il barone di Donnafugata, a fine Ottocento, aveva chiesto e ottenuto di far passare la linea sotto il castello. Esiste dunque la stazione di Donnafugata, e funziona ancor oggi. Il percorso in ferrovia da Ragusa attraversa vallette incontaminate. Donnafugata è una delle mète del cosiddetto trenino del barocco, ma la stazione funziona anche per i normali treni locali.
Testo m.v.
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]]>Il nome.
L’origine araba del toponimo è documentata da Idrisi, un geografo arabo del dodicesimo secolo. Sulla costa di Scicli, egli dice, c’è una “fonte delle ore”, in arabo “rain al ugat”, che ha un comportamento curioso. A determinate ore, infatti, la sorgente butta acqua dolce, in altre, acqua salata. Oggi il fenomeno si spiega facilmente. L’alta marea soffoca la sorgente, che è in prossimità del mare, e la rende salata, mentre la bassa marea le permette di sgorgare incontaminata.
La Fonte delle ore, oggi.
Si trova all’inizio della spiaggia orientale, chiamata Micenci, proprio alla fine del lungomare. Attenzione! La sorgente è nella spiaggia, e a volte non è transennata come dovrebbe. Forse non tutti sanno, infatti, che intorno alla polla sorgiva c’è un’area di sabbie mobili, che possono inghiottire una persona.
Il lungomare e le antiche case dei pescatori.
Il lungomare parte dal mercato del pesce e arriva fino alla “Fonte delle ore”. Ha fatto spesso la sua comparsa negli episodi di Montalbano. È dunque un posto che può dare a molti un’impressione di familiarità, anche se è la prima volta che ci si va. Le case che si affacciano sulla passeggiata sono le più antiche del borgo e hanno spesso muri di pietra arenaria, facciata bassa a timpano, terrazze con sedili di pietra per le riunioni familiari. Il colore verde azzurro del mare e il colore ocra dei muri producono un accostamento delizioso.
Il corso parallelo al lungomare (via Pirandello)
Via Pirandello è la passeggiata più interessante e “mondana” del borgo: vi trovate ristoranti, gelaterie e un negozio di ceramiche. La pietra delle sue case è spesso quella che qui si chiama “giggiulena”, perchè sembra avere il colore e la grana del torrone di sesamo. Giggiulena, infatti, è il nome arabo e siciliano del sesamo. Anche in questa via molte case hanno sulla strada, a un livello più alto, dei terrazzini coi sedili di pietra, dove una volta la sera sedevano le famiglie. Una di queste case ha un interessante ricovero per barche a piano terra. Una traversa della via Pirandello è scenograficamente chiusa dalla facciata della chiesetta di Santa Caterina, anch’essa di pietra giuggiulena.
Il mercato del pesce e il porticciolo dei pescatori.
All’estremità occidentale della via Pirandello, il mercato del pesce tutte le mattine nella bella stagione dispensa le ghiottonerie pescate nella notte coi pescherecci locali o della vicina Porto Palo.
La grande spiaggia occidentale.
Donnalucata ha due spiagge: quella già detta sopra dei Micenci, che si apre con la Fonte delle ore, e quella occidentale, molto più ampia e servita da stabilimenti e negozi. All’estremità occidentale della spiaggia e del paese c’è un ristorante, l’Acquamarina, che permette di mangiare da una terrazza con splendida vista sul paese. In quel ristorante, il secolo scorso, si riunivano i contrabbandieri della zona. All’epoca in cui le coste non avevano strade, nessuno, per paura di fare brutti incontri, si sognava di venire a fare il bagno in spiaggia. Nessuno, tranne appunto i contrabbandieri e i pirati saraceni.
Il palazzo Mormino Penna e il parco pubblico.
Donnalucata è solo una frazione, ma d’estate diventa una piccola Scicli. I cittadini in vacanza amano frequentare la sera il palazzo Mormino Penna, un bell’edificio nobiliare, in stile neogotico, ceduto al Comune dopo la guerra. Le iniziative culturali riempiono di luci e di vita le sue sale e i vialetti del suo giardino, aperto al pubblico.
Dove parcheggiare?
Conviene parcheggiare all’ingresso occidentale del paese, lungo la grande spiaggia che va dall’Acquamarina al mercato del pesce. C’è spesso posto e, una volta a piedi, la camminata lungo il mare fino all’altro capo del paese è del tutto piacevole.
Ragioni per passarci qualche giorno:
– i colori del lungomare e del borgo: mare turchese – pietra arenaria color ocra.
– mangiare pesce contemplando la grande spiaggia e il porto in fondo.
– godere il brivido di passare accanto a vere sabbie mobili.
– visitare un luogo di Montalbano.
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